Se il tuo robot avesse la pelle nera, ti darebbe fastidio?
Postato

Se il tuo robot avesse la pelle nera, ti darebbe fastidio?

Un interrogativo che parla di tecnologia, cultura e dei nostri pregiudizi più nascosti.

Immagina la scena: tra dieci anni, un robot umanoide ti accoglie in un hotel di lusso, prende la tua valigia e ti sorride con un volto… bianco, liscio, quasi perfetto.

Poi un’altra scena: bussano alla tua porta. Non è un corriere, non è un vicino. È il tuo nuovo assistente domestico: un robot umanoide bianco, quasi angelico.

Ti sei mai chiesto perché nella nostra mente (e nella realtà) i robot hanno sempre il bianco addosso? Perché costruiamo robot dalla pelle bianca?

Siamo davvero convinti che sia solo una scelta estetica o tecnica? O stiamo trasferendo vecchi pregiudizi nei corpi delle macchine che dovranno servirci?

 

Il tabù del “servo nero”

Parliamoci chiaro: nessuno osa creare un robot dalla pelle nera che serve l’uomo.

Sarebbe scomodo, troppo simile a un’eco di epoche che vogliamo dimenticare: schiavitù, discriminazioni, ingiustizie.

Ma non è proprio questa paura di urtare la sensibilità pubblica la prova che, inconsciamente, stiamo attribuendo un significato razziale persino al colore di una macchina?


 

La tecnologia non è mai neutra
Siamo convinti che la tecnologia sia priva di ideologie. Ma la verità è che ogni oggetto progettato dall’uomo porta con sé le nostre paure, i nostri desideri e le nostre contraddizioni culturali.

Il colore della “pelle” di un robot non è solo una questione di estetica, ma di messaggi subliminali.

Se un domani cameriere-robot o assistenti domestici fossero tutti bianchi, quale messaggio passerà ai nostri figli? Che “il bianco serve”? Che “il bianco è più affidabile”? E se al contrario decidessimo di crearli neri, verremmo accusati di aver progettato dei “servi” con pelle scura?
 
 

I robot reali: tutti bianchi (o quasi)

Non stiamo parlando di fantascienza. Già oggi i robot umanoidi più avanzati — da Sophia di Hanson Robotics a Ameca di Engineered Arts, fino a Optimus di Tesla e Nao di SoftBank — condividono la stessa estetica: corpi bianchi, volti chiari, design “angelici”.

Non è solo un vezzo tecnologico. Questa scelta uniforme rafforza l’idea che il bianco sia il colore “giusto” per servire l’uomo, mentre qualsiasi alternativa cromatica sembra diventare un rischio narrativo, persino un tabù.


 

Il robot come nuovo schiavo

Se guardiamo in faccia la realtà, i robot umanoidi di oggi non sono altro che schiavi moderni, programmati per obbedire senza discutere, sorridere senza provare nulla, lavorare senza mai fermarsi.

Un tempo, la tratta degli schiavi andava dall’Africa verso gli Stati Uniti; oggi, paradossalmente, potremmo dire che la “tratta” tecnologica parte dagli Stati Uniti (e dal Giappone) per raggiungere il resto del mondo, consegnandoci servitori di silicio con il volto candido.

E qui sorge una domanda inquietante: il bianco dei robot è davvero una scelta “pulita” o è una maschera studiata per renderne accettabile la natura servile, per non ricordarci troppo da vicino le pagine più oscure della nostra storia?

Il colore dei robot non è un dettaglio estetico. È una dichiarazione culturale che stiamo scrivendo ora, ogni volta che un team di designer sceglie il bianco come “non-colore” universale. Ma quando i robot entreranno nelle nostre case, quei dettagli diventeranno simboli, e i simboli creano storie. E questa storia non parla solo di tecnologia: parla di noi, delle nostre paure e di un passato con cui non abbiamo mai fatto davvero i conti.


 

Bibliografia ragionata

Per chi vuole approfondire, ecco alcune letture illuminanti che indagano i pregiudizi razziali nella robotica:

  • “Robots and Racism” (ACM/IEEE HRI 2018) – Mostra come i pregiudizi razziali verso gli umani si riflettano anche nella percezione dei robot, a seconda del colore della loro “pelle”.
  • “Robots Can Be More Than Black and White” (AIES 2019) – Dimostra che i bias persistono anche quando si cambia solo il colore esterno di un robot.
  • “The Whiteness of AI” (Cave & Dihal, 2020) – Analizza come IA e robot siano immaginati quasi sempre “bianchi”, esplorando il legame tra tecnologia e rappresentazioni culturali.
  • “Robotics Has a Race Problem” (Robert Sparrow, 2020) – Un’analisi critica sulla “uniformità bianca” nella robotica.
  • “More Than Skin Deep: a Response to ‘The Whiteness of AI’” (Shelley Park, 2021) – Amplia il dibattito introducendo anche temi di genere e ruoli servili.
Preferenze cookie
0